Sfumato il sogno di Brindisi Città capitale della cultura, la proposta di “un patto per la città”, lanciata da Carmine Dipietrangelo, pur incentrata sulla vitivinicoltura, dovrebbe sollecitare, se pur oltremodo tardiva, una riflessione più generale sullo sviluppo non solo agricolo della nostra provincia, che attraversa la sua più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra.
In particolare, l’ottimismo della volontà che permea l’intervento e che trae la sua forza e legittimazione dalla ricca e antica storia agricola brindisina (dai messapi ai romani, per dirla con Carmine), la quale ha definito una caratteristica fondamentale della sua millenaria “identita’ culturale”, deve comunque fare i conti con “le criticità dell’intelligenza” odierne, se si vogliono superare gli ostacoli strutturali a ogni prospettiva di nuovo futuro.
Nella specifica condizione agricola, correva l’anno 2004 quando la Provincia approvò un Piano Agricolo Provinciale, il cui coordinamento delle attività di progettazione e redazione fu opera dello Studio Tecnico Associato dei dottori agronomi Fabrizio De Castro e Pier Luigi Tondo, in collaborazione con il Dipartimento PRO.GE.SA (Progettazione e Gestioni dei Sistemi Agrotecnici e Forestali) dell’Università di Bari.
In esso veniva fatto notare come l’agricoltura fosse divenuta nel tempo la cenerentola della base produttiva provinciale e che, soprattutto, su 50.762 aziende agricole censite al 2000, il 55% (28.000) aveva meno di 1 ettaro, il 22% (11.000) aveva tra 1 e 2 ettari, il 15% (7.800) aveva da 2 a 5 ettari.
E’ cambiata di molto, in questi ultimi vent’anni, la dimensione media aziendale agricola brindisina?
Se si considera che in Europa l’ossatura aziendale fondamentale dell’agricoltura, si rilevava nel Piano, va dai 20 ettari in su, si ha una fotografia esatta della sua perdurante marginalità nel contesto globale.
Ma oltre alla promozione della fondamentale dimensione aziendale almeno superiore a 1 ettaro che permettesse di rientrare nel “campo di osservazione agricolo comunitario” utile a ottenere gli aiuti europei, per quanto modesti, nel Piano si sollecitava a una vera e propria rivoluzione nel campo di quell’”innovazione”, in uno con una estesa meccanizzazione mirata e articolata, capaci di creare e accrescere “valore aggiunto” per fuoriuscire, in molti casi, dai limiti della sopravvivenza, addirittura anche nel mercato del cosiddetto “continente mediterraneo”.
Del resto, correva l’anno 2016 quando si invocava ancora la modernizzazione dell’agricoltura brindisina, attraverso soprattutto il “sapere”, diceva lo stesso Carmine, e la qualificazione dell’intera filiera strutturale e infrastrutturale, dalla produzione alle fasi altrettanto cruciali del marketing e della commercializzazione.
Gli è che, in agricoltura e in viniviticoltura (salvo eccezioni, Tenute Lu Spada e altre) come negli ulteriori settori dell’economia, Brindisi, decennio dopo decennio, sembra ormai vivere in un eterno presente, in un eterno ritorno.
Correva l’anno 1990 e il Centro Studi di Confindustria di Brindisi, tramite l’Associazione degli Industriali, pubblicava un Rapporto del CERPEM (Centro Ricerche socioeconomiche Per il Mezzogiorno) sulla situazione e le prospettive dell’industria manifatturiera di Brindisi che rilevava i limiti strutturali dello sviluppo brindisino insito nella sua industrializzazione per poli (chimico, energetico, aeronautico, aggiungo farmaceutico), la cui fissità e rigidità di queste monoculture produttive avrebbe generato profili formativi e professionali e, nel tempo, un mercato del lavoro senza sbocchi e, ancor più drammaticamente, senza prospettive, con inevitabile crescita della non occupazione.
Correva l’anno 1996 quando, in aggiunta alla Convenzione con l’Enel (nella quale si prevedeva persino un dissalatore a suo carico! oggi tanto invocato!), presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, fu firmato un dettagliato Protocollo aggiuntivo per il rilancio e lo sviluppo sostenibile del territorio brindisino, articolato per aree tematiche, riguardanti infrastrutture, ambiente, reindustrializzazione, portualità, turismo, università, tutela dei lavoratori, che originavano soprattutto dalle 8 Azioni di ripresa largamente mutuate dallo studio dallo studio del CERPEM.
Ho sempre ritenuto, in sintonia con l’amico e compagno capogruppo consiliare del P.D.S. Teodoro Saponaro, che la stessa questione energetica brindisina, pur avendo io partecipato con passione alla definizione della Convenzione del ’96, non fosse una questione esclusivamente e squisitamente ambientale, ma che essa dovesse costituire il fulcro di una “riconversione non solo ecologica dell’intera economia brindisina”, per cominciare ad uscire da una condizione produttiva che avrebbe reso asfittico lo sviluppo economico e sociale del futuro.
Ma oggi non è il ’96. Oggi si è giunti come classe politica e dirigente, drammaticamente impreparati all’onda d’urto del venir men di pezzi nevralgici, nel bene e/o nel male, dell’intero apparato industriale ed economico brindisino (dall’energia alla chimica, dal farmaceutico all’aereonautico, con tutti gli indotti di questi settori).
Dove eravamo in tutti questi anni nei quali si profilavano, con evidenza solare, i processi che avrebbero portato alle crisi emergenziali odierne?
Oggi, ovviamente, l’urgenza sacrosanta è di salvare in ogni modo possibile tutti i lavoratori ma, contestualmente, occorrerebbe che il sistema politico brindisino, in un sussulto di “autonomia politica e culturale”, come nel ’96, con i suoi partiti (ripeto partiti!) e le sue istituzioni, assieme ai sindacati, alle associazioni datoriali e a quelle ambientaliste, in uno con il livello provinciale e regionale, operassero sinergicamente per “progettare, sulla base di un’autonoma “vision territoriale”, un rilancio qualitativo dell’industria e dell’economia brindisina, senza quei tutoraggi che minano, come una coazione a ripetere, l’emancipazione da quella atavica subalternità che ha condotto Brindisi agli errori imposti e subiti del passato e che si riversano drammaticamente sul presente.
La storia ci insegna che Brindisi è sempre risorta dalle sue ceneri, dal tempo dei romani a quello della Valigia delle Indie.
Si riparta quindi da quel bel progetto “Navigare il futuro” presentato per il titolo di città capitale della cultura, perché c’è ancora una volta bisogno di un discorso nuovo, un “patto” che accenda una speranza negli occhi di chi oggi ha vent’anni e non vuole fuggire da questa terra.
Ernesto Musio
già consigliere provinciale