La Puglia cresce, mentre a Brindisi non si ha il coraggio di certificare i propri fallimenti…

Nei giorni scorsi il Quotidiano di Puglia ha pubblicato una analisi dei dati sull’economia relativi al Meridione ed alla Puglia di Confindustria e Srm da parte del direttore di Confindustria Brindisi Angelo Guarini.

Ne viene fuori un quadro estremamente positivo la cui sintesi è che il bicchiere è senza dubbio mezzo pieno. Non entriamo nel dettaglio della situazione riguardante tutto il meridione e neanche di quella pugliese.

Ci incuriosisce non poco, invece, il fatto che l’analisi viene fatta da un autorevole rappresentante di una sezione di Confindustria di una città in cui proprio questa organizzazione di categoria, insieme alla politica ed alle organizzazioni sindacali, ha certificato il proprio fallimento.

A fronte di un “fine ciclo” di attività industriali di grande impatto come quelle in campo energetico, in quello farmaceutico e per la chimica di base, il territorio non ha saputo dotarsi degli anticorpi necessari per fronteggiare la difficilissima fase di transizione e quindi di riconversione industriale.

Si è preferito, così come ha fatto Confindustria almeno in due consecutive assemblee annuali (alla presenza del presidente nazionale della stessa organizzazione) puntare sul clamore di investimenti roboanti, così come su eventi irrealizzabili con l’America’s Cup di vela. Di tutto questo è rimasto ben poco e se non fosse stato per il tavolo istituito presso il made in Italy sulla decarbonizzazione (grazie ad una iniziativa parlamentare che ha visto coinvolto il deputato brindisino Mauro D’Attis) probabilmente nessuno si sarebbe posto il problema di pensare ad un futuro diverso da quello assicurato fino ad oggi dalla grande industria.

E’ mancato, insomma, un lavoro di analisi che il direttore Guarini ha fatto in questa occasione per l’economia del Mezzogiorno, ma che a Brindisi proprio Confindustria non ha saputo o voluto fare. Le responsabilità, ovviamente, non sono solo del presidente Lippolis o dello stesso direttore Guarini. Le grandi aziende, infatti, hanno indicato al proprio interno una rappresentanza inadeguata nella sezione territoriale. Insomma, tanto per essere ancora più chiari, tutti sapevano che le scelte di fine ciclo (provate a chiedere ad un operaio del Petrolchimico da quanto tempo si vociferava la chiusura del cracking) avrebbero lasciato sul terreno migliaia di morti e feriti, ma si è preferito fare finta di nulla. Una agonia che trova segni concreti anche nel mancato rinnovo degli organismi dirigenti, visto che il mandato dell’attuale presidente scade a giorni e che la fase di ricambio è slittata chissà di quanti mesi.

Insomma, Confindustria non ha avuto la capacità di guidare il territorio, attraverso i suoi associati, verso una transizione meno dolorosa rispetto a come si sta presentando. E’ mancato uno scatto di orgoglio ed anche il coraggio di alzare la voce verso propri associati, come i grandi player, che non si sono fatti scrupoli nel mortificare questo territorio. Un esempio? Enel tra un po’ abbandonerà definitivamente Brindisi, lasciando una centrale da smontare e 270 ettari da bonificare. Pretendere che porti via le sue ferraglie è un dovere che spetta a tutti, soprattutto a chi è un cittadino ed un imprenditore del posto ancor prima di un dirigente di Confindustria.

Compiacersi della crescita del Meridione e della Puglia, pertanto, non può lenire il dolore per aver avuto la possibilità di fare qualcosa e di non averlo fatto fino in fondo.

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