di Carmen Vesco
Domani arriva la nave scuola Vespucci a Brindisi, e di Brindisi era il nocchiere morto il 24 maggio del 2014, ad appena 29 anni, dopo un volo di 15 metri schiantandosi sul ponte della nave, durante le manovre di apertura manuale delle vele.
Una ferita mai rimarginata che torna a sanguinare.
Per la morte del giovane militare lo Stato ha aperto un’inchiesta, nel 2015, che ha portato davanti al banco degli imputati i vertici della Marina Militare Italiana: il capo di stato maggiore l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi e i suoi predecessori gli ammiragli Luigi Binelli Mantelli e Bruno Branciforte, nonché l’ex comandante della Nave Vespucci, Domenico La Faia.
“Negligenza” dice la Procura, “Tragica fatalità” si difende la Marina Militare.
Il processo è ancora in corso presso il tribunale di Civitavecchia e lo ricorda la mamma di Alessandro, Marisa Toraldo, che sa bene che il figlio era un militare e su quella nave ci lavorava, ma ricorda anche, come all’epoca dei fatti, la nave mancasse dell’applicazione di diverse norme di sicurezza, e l’inchiesta e i teste esperti lo hanno confermato nelle udienze delle aule di giustizia civile.
“Quella di Ale è stata una tragedia annunciata, data la palese assenza di mezzi di protezione previsti per legge e puntualmente ignorata per tradizione. Mio figlio Alessandro precipitò da più di 15 metri schiantandosi sul ponte di coperta e perse la vita a seguito delle fratture riportate, a soli 29 anni. Il grande lavoro della procura di Civitavecchia ha portato davanti al banco degli imputati diverse cariche dello Stato per aver omesso di adottare le disposizioni legislative previste dal d.lgs 81/2008 inerenti i lavori in quota e solo “dichiaratamente” integrate da tutta la Forza Armata” spiega Marisa Toraldo, costituitasi parte civile nel processo, insieme alla sua famiglia, come il Partito per i diritti dei militari e delle forze dell’ordine.
“Da quanto è venuto alla luce nel processo, appare evidente che la Marina Militare, nonostante gli obblighi di legge, non ha ritenuto opportuno adeguarsi alle normative di settore per tutelare il personale che lavorava in alberata per rispettare una tradizione ormai fuori tempo. Oggi, abbiamo la certezza che i dispositivi anticaduta sono stati adottati solo dopo la morte di Alessandro, quindi erano necessari da sempre e se solo avessero rispettato la legge, e anche questo è emerso in corso di dibattimento, mio figlio oggi sarebbe ancora vivo. Come spesso accade in Italia, si aspettano prima le tragedie per rispettare la salute dei lavoratori e la Marina Militare non fa differenza” incalza la madre del militare che vuole tenere alta l’attenzione sul caso ora che la nave scuola viene nella città che ha perso un figlio li su.
“Domani fa scalo a Brindisi “la regina dei mari” sulla quale ho lasciato il cuore. Sì il cuore di mamma perché sulla regina dei mari ha perso la vita un marinaio, un uomo, il mio amato figlio Alessandro. Credo sia doveroso ricordare, la tragica morte del sottocapo brindisino Alessandro Nasta, avvenuta proprio su questa nave. Quello che mi aspetto è che la giustizia faccia il suo corso, anche se ciò non potrà restituirmi il mio Alessandro”.
Sì, Alessandro era un militare, Marisa Toraldo lo sa, “ma era anche un grandissimo lavoratore a cui gli sono stati tolti tutti i diritti che la nostra Costituzione garantisce a tutti i cittadini” dice, ecco perché dopo due inchieste militari, prima quella interna all’Amerigo Vespucci, poi quella del Tribunale Militare, archiviate, il Tribunale di Civitavecchia nel 2015 riaprì il caso per vederci chiaro e dal processo sono emerse diverse inadeguatezze nell’applicazione delle basilari norme di sicurezza sul lavoro come la mancata presenza di un esperto di prevenzione come per legge e sul cui rispetto doveva vigilare la Marina Militare.